Storie

2 giugno 1946: nasce la Repubblica

02 giugno 1946

E' passato un solo anno dalla fine della guerra, dalla fine di un periodo di 20 anni nei quali la vittoria delle proprie idee era questione di vita o di morte, dove non c'era bisogno di scegliere, si poteva essere solo favorevoli perché essere contrari non era previsto. Nei lasciti di questo clima, il popolo italiano è chiamato a compiere una scelta, anzi la scelta decisiva per ridare corpo e prosecuzione a una nazione frammentata, sofferente, con il bisogno di un'identità nuova. Monarchia o Repubblica? Questo il quesito al quale rispondere per una nuova Italia: continuare anche se maniera leggermente diversa da prima o mettere una cesura netta fra ciò che è stato e ciò che sarà? La Monarchia - indebolita dal coinvolgimento in tutte le vicende che hanno visto protagonista il regime fascista - derivava dal voto popolare del 1860 e solo un altro voto popolare l'avrebbe potuta riconfermare; la Repubblica è qualcosa di nuovo, della quale si conosce un grottesco simulacro in quella che fu la Repubblica di Salò e che viene definita dai più il "salto nel buio".

L'opinione popolare è indecifrabile: il sentimento comune farebbe propendere per la Repubblica, ma ci sono molti a favore della Monarchia e tra loro anche chi è tornato dalla prigionia, dove è stato tradotto in nome del giuramento fatto al Re e non ha ancora preso le misure politiche del paese in ricostruzione.

I partiti sono dichiaratamente schierati: comunisti e socialisti sono per la Repubblica, le correnti cattoliche come la Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e l'Azione Cattolica sono prevalentemente monarchiche. La Democrazia Cristiana di De Gasperi propenderebbe anch'essa per la Monarchia ma, visto il sentimento prevalente, si schiererà a favore della Repubblica per avere più influenza nell'Assemblea Costituente, con buona pace di papa Pio XII che vorrebbe l'unità dei cattolici non solo nel partito di rappresentanza ma anche nelle idee, per fare fronte al "pericolo comunista".

Nei mesi che precedono il Referendum la propaganda per l'una o l'altra scelta si attiva con tutti i mezzi a diposizione: comizi, riunioni, cinema e radio, ma soprattutto i giornali si danno da fare più che per informare, per orientare il voto. Tra questi ultimi avrà peso l'azione fatta dal Corriere della Sera di Mario Borsa che indica nella vittoria della Repubblica non quella del social comunismo ma una svolta di progresso nel governo dello stato. Lascerà la direzione ad agosto in seguito alle pressioni della proprietà, la famiglia Crespi.

Grande regista del Referendum, al Viminale, è Giuseppe Romita, Ministro degli Interni nominato dal Comitato di Liberazione. La sua strategia di organizzare le elezioni amministrative prima del Referendum e prima nei luoghi dove la preferenza dei repubblicani era quasi scontata, sarà una mossa astuta. In quell'occasione, poi, voteranno per la prima volta anche le donne, elettrici ma che ancora non possono essere elette e lo saranno grazie a un decreto legislativo proprio del 10 marzo 1946, giorno delle Amministrative.

Il Referendum è fissato per il 2 giugno 1946, giorno di S. Eugenio, onomastico del Papa. Nei giorni antecedenti si ripassa la procedura di voto, quasi fosse un esame da sostenere e forse, per certi versi, lo è anche, un esame di maturità politica del popolo italiano, di libertà di pensiero. Ci si affida spesso all'opinione del sacerdote, di un amico, del proprio capo, in un paese dove l'analfabetismo è ancora dilagante, manca il lavoro e centinaia di famiglie non hanno mezzi di sostentamento.

Data la tensione dell'ora si temono tumulti e, per garantire la sicurezza, a Milano è vietata la vendita di alcolici, superalcolici e vino dal 2 al 5 giugno.

I risultati, nelle ore che seguono la consultazione popolare, indicano un alternarsi di Repubblica e Monarchia, come cavalli in corsa verso la linea di arrivo: ora uno domina salvo essere sopravanzato di poco da un altro per poi tornare ancora in testa.

Alla fine, il risultato sarà sul filo di lana: 12.718.641 voti alla Repubblica, 10.718.502 alla Monarchia, lo scarto è minimo e sospetto. Nascerà qui la leggenda che Romita avesse nel cassetto del proprio ufficio un congruo numero di schede "repubblicane" da inserire in caso di vittoria della Monarchia per relativi pochi voti e ribaltare così il risultato.

Le schede del Referendum saranno contate e ricontate virtualmente, basandosi sui dati comunali, fino ai giorni nostri, alla ricerca di quei brogli da sempre indicati come la "mano invisibile" che ha decretato la vittoria della Repubblica. Le ultime ricerche di due studiosi della sede di Venezia della Banca d'Italia sembrano però aver messo fine alla questione e aver determinato che Romita, nel cassetto della sua scrivania, probabilmente teneva solo la sua penna stilografica.

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