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1976-2026: cinquant'anni fa il Terremoto del Friuli
06 maggio 2026
L’Archivio Storico Intesa Sanpaolo ricorda il 50° anniversario del terremoto che sconvolse il Friuli il 6 maggio 1976 attraverso i documenti e le fotografie che custodisce. Le banche presenti, poi confluite in Intesa Sanpaolo, fecero la loro parte, mettendo a disposizione mezzi e risorse finanziarie, ma anche la loro cultura del fare, della solidarietà, della responsabilità nei confronti dei territori di riferimento.
Oggi il Friuli è una delle regioni più operose del Paese, ricco di piccole e medie imprese che danno un contributo significativo all’economia italiana. Dai documenti e, soprattutto, dalle decine di fotografie conservate nell’archivio della banca e nel fondo Publifoto riemergono però in modo vivido alcuni momenti di quel maggio 1976 capaci di riportarci alla cronaca di quei tragici giorni, quando la ripresa economica e sociale non era per nulla scontata.
I fatti
È passato mezzo secolo da quella sera del 6 maggio 1976, quando alle 21 una terribile scossa di terremoto di 6,5 gradi della scala Richter, della durata di circa cinquanta secondi, colpisce brutalmente il Friuli, con epicentro fra Gemona e Artegna, interessando 119 dei 188 comuni che componevano le province di Udine e di Pordenone, provocando 978 vittime e circa 2.200 feriti.
Il terremoto si sente distintamente a Milano: al Teatro alla Scala, mentre il grande direttore Carlos Kleiber continua a condurre “Il Cavaliere della Rosa” di Richard Strauss senza accorgersi di nulla, il pubblico lascia la sala impaurito dagli ampi ondeggiamenti del grande lampadario e si ritira nel foyer, mentre l’oscillometro della Madonnina registra spostamenti della guglia di quasi due centimetri. Di cosa sia successo e dove sia avvenuto si inizia ad avere coscienza solo in tarda serata, grazie all’ultima edizione del telegiornale; si parla di un grave terremoto nella zona del Friuli, ma non ci sono notizie precise perché le telecomunicazioni sono interrotte.
Il ruolo della Banca Cattolica del Veneto
Il sisma si sente forte anche a Vicenza, sede della Banca Cattolica del Veneto, istituto molto presente sul territorio colpito. Fin dal giorno seguente, il personale di ogni ordine e grado della Banca Cattolica del Veneto, in particolare i componenti dell’Ufficio Centrale Immobili e Servizi, si adoperano, in un paesaggio di macerie e desolazione, per portare aiuto ai colleghi e alle filiali disastrate. Per fortuna, non si registrano vittime fra il personale della banca.
Molte filiali sono completamente distrutte o gravemente danneggiate, come Ampezzo, Buia, Gemona, Maiano, Moggio Udinese, Nimis, Tarcento, Villa Santina. Già l’11 maggio vengono riattivate, in locali di fortuna, le filiali di Ampezzo e Villasantina, le altre troveranno posto in roulottes fisse. Dal 13 maggio, a una settimana dal sisma, tutte le filiali disastrate sono in qualche modo riaperte e connesse alla rete telefonica ed elettrica, mentre gli sportelli stagionali vengono aperti per servire gli sfollati.
Nei mesi successivi, anche grazie all’opera incessante dei volontari e delle forze armate giunte sul posto, proseguono i soccorsi con la posa di quasi 3500 tende tra militari e civili per alloggiare circa21.000 persone. Le 70 cucine da campo hanno preparato, già solo nei primi giorni dell’emergenza, ben 114.663 pasti e continuano ad assistere gli sfollati e i volontari.
Roulottes vengono donate ai senza tetto da enti e associazioni, ma anche dagli istituti di credito e dai privati.
Per contribuire alla ripresa economica e sociale del territorio, l’amministrazione dell’istituto bancario stanzia un fondo straordinario di 5miliardi di lire da erogare sotto forma di prestiti al 3% da rimborsare in tre anni per un massimo di 30 milioni a domanda. Al 24 maggio sono già 205 le domande pervenute, fino ad arrivare, a ottobre, all’87,7% dei fondi disponibili. I settori maggiormente finanziati sono quelli del commercio e dell’artigianato, seguiti da industria e agricoltura.
Al 30 settembre chiudono tutti gli sportelli stagionali turistici della Banca Cattolica del Veneto messi a disposizione degli sfollati, quelli disastrati o sono rientrati nei locali oppure sono alloggiati in strutture prefabbricate e l’operatività riprende appieno. La ricostruzione si concluderà nel 1988, un anno prima che la Banca Cattolica del Veneto venga fusa nel Nuovo Banco Ambrosiano. La Banca Cattolica del Veneto è stata fusa nel 1989 nel Nuovo Banco Ambrosiano, dando vita al Banco Ambrosiano Veneto, uno degli istituti da cui è originato il nostro Gruppo.
In un Paese dove non esiste ancora la Protezione Civile – c’era solo il Centro di Prevenzione e Difesa Sociale, un’entità non operativa – viene messo a punto quello che sarà chiamato il “Modello Friuli”, l’unico processo di ricostruzione su ampia scala realizzato con successo, basato su due principi: quello della ricostruzione prima delle industrie, poi delle case e poi delle chiese e quello dell’anastilosi, cioè del “dov’era, com’era”, restaurando gli immobili utilizzando il più possibile le pietre originali recuperate tra le macerie. Un modello che ha funzionato in quanto molto centrico e basato sulla forte autonomia di comuni e province, un modello del quale si chiede spesso il rilancio in chiave moderna per fare fronte a qualunque calamità colpisse il nostro Paese.